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In ricordo di un caro professore: aneddoti.

In ricordo di un caro professore: aneddoti.

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Foto del professor Luigi MillantaHo saputo da poco della scomparsa di uno dei professori che mi hanno insegnato all'università, Luigi Millanta. Di insegnanti ne ho avuti molti, di insegnanti bravi un po meno. Lui aveva qualcosa in più rispetto a questi ultimi; mi ha lasciato un bellissimo ricordo e qualcosa di cui fare tesoro nella vita.

Era un tipo fuori dalle convenzioni e, anche per questo motivo, succedeva che o ti innamoravi di come inseganva o non lo sopportavi. Pur insegnando una materia difficile (compatibilità elettromagnetica) e una un po' meno (misure elettroniche) lo faceva con parole semplici, preoccupandosi del fatto che chi ascolta capisca il concetto piuttosto che fare un figurone con formule lunghe un chilometro e paroloni che molte volte - diceva - "fanno da scudo con gli interlocutori e servono a mascherare la propria ignoranza della materia".

La sua battaglia contro lo straripante uso di termini anglosassoni ed acronimi (di cui spesso chi li usa ignora anche il signficato), condivisa in pieno da me, rimarrà indimenticabile: quando scriveva sulla lavagna le parole inglesi così come si pronunciano in italiano mi piegavo in due dal ridere: il uèlfa (o welfare, benessere). Oppure quando scomponeva più parole scrivendole sempre come si leggono: la "polpo siscion" (o pole position, posizione al palo) e poi ci spegava che gli inglesi, non avendocela, se la sono copiata dai romani (posizione al palo) e noi, non contenti ed ignoranti, ce la siamo ri-copiata da loro.

Giustamente, diceva di essere chiari quando si parla con gli altri, evitando le spiegazioni ricorsive, tipo: "cos'è un file?","quella cosa che sta nella cartella", "quale cartella?", "quella con dentro i file".

Le sue lezioni erano inusuali: spesso finiva che di un'ora ne usasse meno della metà per spiegare e il rimanente tempo per raccontarci aneddoti attinenti alla materia (ma anche no). Il suo modo di insegnare era un po' paternalista: dopo anni di università (le sue materie erano nel IV e V anno del piano di studi) le prime lezioni ci spiegava come dovevamo prendere gli appunti (lasciare un margine a destra, sinistra, sopra e sotto. Lasciare spazio fra le righe e non scrivere su entrambe le facciate del foglio perché poi se devi integrare gli appunti che hai preso non hai spazio per scrivere. Numerare le pagine ed inserire rimandi quando servono). E poi prendeva un po' in giro che usava più colori per scrivere (mentre spiegava, ogni tanto si rivolgeva ad una ragazza con tre penne in mano e le diceva: "Mi raccomando questo va scritto col verde!").

Il tono della lezione era sempre allegro, ma ridendo e scherzando capitava spesso che rimproverasse o si prendesse gioco degli alunni. Uno dei suoi inizi di lezione era: "E' ormai provato che ogni anno gli studenti peggiorano, quindi voi partite svantaggiati rispetto a quelli dell'anno scorso." Poi, cercando qualcuno dell'anno prima che seguiva di nuovo il corso: "E anche voi che avete già seguito lo scorso anno siete automaticamente peggiorati. Comunque vi potete consolare pensando che gli studenti del prossimo anno saranno peggiori di voi".

Per non parlare di quando non si poteva fare altrimenti per risolvere un problema (There are no Christs, ossia la traduzione strampalata di non ci sono Cristi) o si presentava una soluzione molto difficile se non impossibile (We are of the cat e cioè siamo del gatto), intorducendole con "come dicono al M.I.T.".

Aveva una memoria portentosa: prendeva nota degli studenti che partecipavano ai corsi (una quarantina) e a lezione ci chiamava per nome, scegliendone qualcuno come bersaglio preferenziale (indovina un po' te) per i suoi tiri mancini ("... e il risultato ce lo dice XXXX", andandogli sussurrare la soluzione nell'orecchio perché la dicesse a voce alta oppure dicendo a qualcuno di seguire il ragionamento e correggerlo se avesse sbagliato).

A me è rimasto molto impresso anche per la sua praticità e la sua spinta a fare le cose: si dice che ingegneria sia una facoltà pratica. ma io di cose pratiche ne ho viste poche. Tanta teoria e pochissime esercitazioni, la maggior parte delle quali inutile per tanti motivi, che non sto qua a spiegare. Lui invece proponeva esercitazioni e verifiche di quello che raccontava a lezione, che chiamava esperienze, e ci invitava ad andare spesso in laboratorio per prendere confidenza con gli strumenti (analizzatori di spettro ed oscilloscopi) in piccoli gruppi, saldare, dissaldare, montare, smontare e fare queste misure, proponendo (o propinando) poi una relazione ai nostri "colleghi" con dibattito in aula e rigorosamente durante le ore di lezione. Ci teneva talmente tanto che contavano come una domanda d'esame.

Lasciava molta libertà nella gestione, sia per quanto riguarda le esperienze di laboratorio (eccetto il lunedì mattina c'era sempre) che per la scelta delle date degli esami (faceva proporre una settimana agli studenti nella quale poi fissava un giorno).

Anche l'esame, una chiacchierata sulle cose fatte al corso e le esperienze di laboratorio, rispecchiava comunque una prova di vita: non faceva nulla per metterti a tuo agio (e si son viste diverse scenate anche a quelli parecchio bravi, tensioni, nervi saltati, pianti...) perché te la devi cavare da solo. "L'importante è sapere le cose, magari poche ma saperle bene, perché se arriva il Signor Noia con la sua pappagorgia e comincia a blaterare, lo puoi fermare e dire che le sta sparando grosse. E vedrai che dopo abbassa la cresta!".

A volte si lagnava di come sia ridotta la società, con gente che ti stira al semaforo o sulle strisce pedonali e nemmeno si ferma... di questi ingegneri che sono sempre meno considerati ("una volta vedevi nei film la villa dell'ingegnere... oggi le ville sono tutte dei dottori, degli avvocati...") e che hanno perso il loro orgoglio ("in azienda l'ingegnere è come un cagnolino: arriva quello delle vendite (il marcheting, o marketing) che lo chiama e gli fa "qua ingegnere, qua!" e lui arriva scodinzolando e aspettando l'osso conla lingua di fuori"). O quando raccontava come vanno le cose anche nel lavoro: "se sarete compiacenti col capo, può darsi che un giorno vi toccherà un bell'ufficio su al secondo piano1, se invece cercherete di essere bravi e indipendenti, allora farete una brillante carriera e avrete un sottoscala per ufficio".

Per finire, come diceva sempre: "Chi sa, fà. Chi non sa insegna. Chi non insegna e non fà, gestisce e dirige".

 

Spesso pensavo di salutarlo in occasione di qualche passaggio a Firenze, ma mi ha fregato. Ciao professore e grazie per qello che mi hai trasmesso.

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1. Al secondo piano della facoltà ci stavano i professori che gestivano la facoltà (i baroni). Il suo ufficio invece era ricavato nei sotterranei, in un sottoscala.