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Il limbo della pollina

Il limbo della pollina

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Aspetto della pollinaOggi si fa un gran parlare delle fonti rinnovabili e delle iniziative ecologiche, molte delle quali ho già sottolineato come siano nient'altro che pubblicità.

In questi giorni sto avendo la conferma: il nuovo (?) Testo Unico sull'Ambiente, già modificato per una quarantina di pagine dall'ultima finanziaria (a testimonianza di come fosse nato bene) da una parte incoraggia l'utilizzo e la diffusione delle fonti rinnovabili di energia; dall'altra parte mantiene valide alcune leggi che avrebbe dovuto "aggiornare", in attesa che il legislatore definisca come comportarsi nei casi non ben specificati (alcune biomasse, per esempio).

Questo porta alcuni materiali, considerati né rifiuti né biomasse, a non poter essere bruciati se non in impianti di grossa taglia (ad esempio gli inceneritori di rifiuti), che difficilmente sono alla portata costruttiva (e manutentiva) di chi poi queste sostanze se le ritrova come prodotto secondario, per esempio dalla attività di allevatore (i reflui zootecnici, o cacca e pipì degli animali).

Mi spiego meglio: supponiamo che un imprenditore abbia un allevamento di polli, da carne o da uova. Il prodotto primario dell'allevamento consisterà in carne di pollo o uova (lineare, no?). Fra i prodotti secondari si ritroverà immancabilmente la pollina.

Cos'è la pollina? La definizione più ampia comprende la lettiera in truciolo di legno adgiata sul suolo dell'allevamento impregnata delle deiezioni polline (la cacca e la pipì), di qualche piuma, chicco di grano, etc.

Che cos'è la pollina (di nuovo?)? Un insieme di materie biodegradabili provenienti dal regno vegetale ed animale. A tutti gli effetti è una biomassa. Dove sta allora il problema? Che nelle attuali leggi non figura come biomassa, o meglio non è elencata nella lista delle sostanze considerate biomassa.

E allora? Le alternative offerte a questo punto sono tre: un rifiuto, un sottoprodotto o un combustibile.

Un rifiuto: pur trattandosi di una sostanza ricca di azoto (e quindi lo smaltimento ricada nella "direttiva nitrati", che limita le quantità di azoto spandibile nei terreni ad un fisso per metro quadrato) scarterei a priori che si tratti di un rifiuto, sebbene non pericoloso. E' un prodotto di scarto ma si può ancora utilizzare in alcuni processi che generano di calore, in modo da produrre energia (termica e volendo elettrica). In questo modo oltre ad essere valorizzata energeticamente si ha un residuo particolato (le ceneri) che - quello sì, va smaltito come rifiuto - ma ha un volume molto minore rispetto al prodotto di partenza. Il rimanente, dato che nulla si crea né si distrugge, se ne va in aria con i fumi e nel caso le sostanze volatili superassero i limiti imposti dalla normativa, se ne dovrà fare il lavaggio o il filtraggio. Se poi la volessi bruciare come rifiuto avrei ulteriori problemi in quanto sarebbe necessario ottenere l'autorizzazione per l'impianto (ed ogni provincia al massimo ne può avere cinque o sei...), una volta autorizzato dovrei sorvegliare in continuo alcuni parametri (temperatura, contenuto dei fumi...) con una apparecchiatura aggiuntiva e costosa, prendere il patentino per condurre tale impianto, le proteste del vicinato che appena esce la parola "rifiuti" costituiscono un comitato contro... Il tutto per bruciare qualcosa che rifiuto non è.

Un sottprodotto: pur non rientrando nelle biomasse "standard" la pollina soddisfa comunque i cinque punti introdotti dal Testo Unico affinché si possa considerare un sottoprodotto di "lavorazione". E' una buona notizia, perché significa che non è più un rifiuto, ma non basta. Infatti si presuppone che in quanto sottprodotto possa essere impiegato per altri scopi, fra i quali quello di valorizzazione energetica da combustione, gassificazione o pirolisi.

Qui si arriva all'ultima possibilità: un combustibile. Le sostanze che è permesso bruciare "liberamente" sono riassunte in un allegato di una legge del 1998. Ci sono diverse di biomasse e le peggio cose (olii da scarti con tenori di zolfo altissimi...) ma la pollina non c'è. Quindi? Quindi per bruciarla occorre denunciarlo al comune ed anche qui non basta, perché la loro combustione può avvenire solamente in impianti di potenza termica superiore a 6 MW (megawatt, 6 milioni di watt. Un impianto bello grosso). Perché? Probabilmente ai tempi del decreto per limitare la proliferazione di "inceneritori" di piccola taglia, difficili da controllare. Questo può valere oggi come dieci anni fa per combustibili "non convenzionali". Sicuramente adesso è fuori luogo se rapportato ad una biomassa quale è la pollina.

Ci troviamo in una situazione che non demonizza né loda questo scarto di produzione ma che lascia all'impasse un certo numero di allevatori che avevano trovato una potenziale soluzione al problema dello smatimento della pollina, bruciandola nelle caldaie a biomassa (che ho visto funzionare di persona, in Austria) o impiegandola in altri processi più evoluti ma meno diffusi, come la gassificazione o la pirolisi. Di fatto viene escluso qualsiasi utilizzo energetico che sia diverso dal processo di digestione anaerobica con produzione di biogase combustione in motori endotermici (di solito cogenerazione di calore ed elettricità), consentita e regolamentata dalla legge pocanzi citata.

Tutto questo in uno scenario dove, nonostante la crisi incipiente, si riuscirebbero a reperire fondi e finanziamenti per progetti simili che valorizzano uno scarto (dato che le galline cacano la stessa quantità anche se i tempi sono bui), migliorano le condizioni delle bestie negli allevamenti1 (più calore da impiegare per riscaldare gli ambienti) e riducono le quantità di rifiuti da smaltire.

Non ci resta che attendere che i nostri governanti si accorgano di questa mancanza (o farglielo presente - dai! - che forse è meglio) e provvedano con due righe, magari nella prossima finanziaria (basterebbe definire biomassa la pollina, come effettivamente è) per abbattere questo muro inutile.

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1. punto comunque discutibile, in relazione alla fine degli stessi...